In Sardegna la pastorizia fa i conti con il Coronavirus.

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A risentirne di più sono paradossalmente i piccoli produttori perché i loro formaggi aziendali stentano ad incontrare il consumatore.

Erika Sois, profonda conoscitrice del mondo pastorale, ci propone qualche soluzione

di Erika Sois

Sotto il segno del Covid -19 il nostro Paese si è fermato (quasi), e con esso la sua già sofferente economia.

Ora è massima l’allerta sul fronte sanitario, non vi è dubbio che al primo posto vi debba essere la tutela della salute dei cittadini, la salvaguardia della nostra vita.

Quando l’emergenza sarà passata, per tanti il lutto sarà doppio, per molti, scampato il primo rischio, si dovrà fare comunque i conti con un secondo: la morte del proprio lavoro, della propria azienda.

Si susseguono quotidianamente notizie che delineano nefasti orizzonti, fatti di perdite di PIL ad un passo dalla doppia cifra. Interi comparti e settori paralizzati, cosa ne sarà di noi?

Tra i pochi autorizzati, da decreto ministeriale, ad una normale produzione sono le filiere agricole e zootecniche, impossibile non badare agli animali ed ai campi, impossibile non trasformare nell’immediato materie prime altamente deperibili.

Pertanto, anche nella nostra amata isola, viene spontaneo un sospiro di sollievo, già perché al dramma del comparto turistico forse non dovremmo aggiungere anche quello delle campagne, di fatto -ricordiamo- mai rialzatesi da una profonda crisi strutturale sempre in atto.

Apparentemente tutto dovrebbe procedere, perché il cibo deve pur prodursi e vi è chi consuma.

Invece, purtroppo, le cose non vanno in maniera lineare, in un qualche modo la libera circolazione delle merci manifesta degli intoppi.

Ed è così, ad esempio, che il carciofo spinoso rallenta la sua corsa verso i ricchi mercati milanesi; vernaccia, malvasia, celebri ossidativi assurti a vini nuragici, dovranno attendere nelle piccole cantine prima di poter essere acquistati nelle enoteche o degustati nei ristoranti di tutta Europa e non solo; per qualche motivo certamente da indagare, gli allevatori di alcune regioni storiche si sentono rifiutare la richiesta di ritiro di agnelli, capretti e suinetti da parte dei macellai di zona, assai strano dato che nel resto dell’isola i ritiri del bestiame avvengono, i macelli sono in funzione ed i banchi carne ovunque aperti al pubblico.

I grandi trasformatori caseari continuano a produrre, nel rispetto delle regole e dotando di dispositivi di sicurezza i propri lavoratori, chiedendo loro la totale collaborazione perché anche nella vita privata devono preservarsi al massimo, perché all’interno di uno stabilimento che trasforma milioni di litri di latte al mese anche un solo positivo potrebbe fermare la grande macchina e con essa un indotto intero fatto di numerose figure professionali e centinaia e centinaia di aziende zootecniche.

Nell’ultima settimana è però scesa drasticamente, per taluni grandi caseifici, l’ordinazione dei freschi formaggi e derivati del latte (trend registrato anche a livello nazionale), non è azzardato ipotizzare un nesso con il rallentamento se non la chiusura in tutta Italia dei servizi di ristorazione, pasticcerie, dolcifici e conseguenti ricadute sull’export.

pecorino romanoDi esempi ve ne sarebbero ancora tanti, ma tornando all’ultimo punto, certamente non che gli altri siano da meno, crescono i timori relativamente alle perdite in termini di fatturato ed alle conseguenti scelte nella trasformazione: se calano le vendite dei freschi ma crescono quelle dei prodotti semi e stagionati (che sul banco della distribuzione organizzata tengono comunque alto il prezzo), molte aziende recupereranno comunque optando in favore di questi ultimi, o magari molto latte verrà trasformato in Pecorino Romano.

Per chi segue le vicissitudini di questo comparto, per chi è vicino alla causa ed alla lotta dei pastori sardi, sa bene che certe scelte in definitiva potrebbero non portare a conseguenze positive in termini di prezzo del latte, acuendo una condizione -quella dei pastori- che sempre più manifesta la sua drammaticità.

Ad essi si aggiungono i piccoli produttori, coloro che trasformano il proprio latte, coloro che lavorano in maniera artigianale e che proponendo sul mercato formaggi differenti non trovano nella GDO un canale di vendita, ed in questo momento rischiano di subire pesanti contraccolpi.

Contraccolpi generati per alcuni da un rallentamento o fermo della produzione- considerando la ridotta capacità di immediata riorganizzazione interna, dato il fatto che i consumatori – fortemente limitati nei propri spostamenti- volenti o nolenti non hanno accesso ai singoli spacci aziendali, ai mercati contadini, bensì più agilmente accedono ai supermarket che però propongono prevalentemente prodotti industriali.

eventi e manifestazioni Eppure, apparentemente, tutto avrebbe dovuto procedere bene (o perlomeno non peggio) almeno questa volta, nonostante tutto, per i nostri pastori, per i nostri piccoli produttori.

Sul fronte economico-finanziario giungono segnali positivi: la Commissione europea ha appena innalzato il tetto degli aiuti di stato per il settore agricolo, agroalimentare, della pesca e dell’acquacoltura.

Ma occorre però andare ben oltre questo ed altri, appunto, singoli segnali, che verranno da Bruxelles o da Roma. Come da più parti si sostiene di fatto è il modello -di produzione e di consumo- che è in crisi e va messo in discussione; questa pandemia genera conferme in tal senso, cosicché quel mutamento epocale al quale aspiriamo, non più procrastinabile, dovrà essere imminente per buona pace della visione egemone.