I POLLI DI RENZO A VOLTE RITORNANO.

426
grano

I PRODUTTORI DI GRANO CAPPELLI LITIGANO E CHI CI RIMETTE SONO I CONSUMATORI, GLI STESSI PRODUTTORI E LA CREDIBILITA’ DELLA RICERCA

La questione “grano Cappelli” è tornata alla ribalta con la puntata di Report del 19 0ttobre. Faccio un breve riassunto per meglio inquadrare il problema.

La varietà di grano duro Cappelli era stata abbandonata negli anni Settanta perché troppo alta, si allettava facilmente.

E poi l’industria sementiera aveva troppo interesse a vendere nuove varietà per non incentivare la voglia di novità degli agricoltori.

Negli anni Novanta, anche per iniziativa di Slow Food, si fa strada la curiosità e l’esigenza di recuperare antiche varietà vegetali e anche razze animali in via di estinzione.

In alcune aree a vocazione cerealicola parte la caccia alle sementi perdute e così si ritorna a parlare di Saragolla, Tumminia, Risciola, e anche Cappelli.

Qualcuno aveva conservato i semi, ma soprattutto il Crea di Foggia ne aveva una buona scorta.

In Sardegna, in Puglia, in Basilicata e in Campania, per iniziativa soprattutto dei GAL, viene attività una progettualità volta a recuperare e valorizzare il grano Cappelli.

grano cappelliUn po’ la curiosità della novità e un po’ una effettiva diversità favoriscono un promettente successo ai primi prodotti che arrivano sul mercato.

A questo punto però arriva il problema: se scrivi sull’etichetta che usi grano Cappelli occorre che la sua origine venga certificata.

Da chi? Da una struttura autorizzata. Il Crea, che possiede le sementi, non può gestire la parte mercantile, essendo un ente di ricerca e trasferisce alla SIS le sementi e la relativa gestione.

Chiaramente i costi aumentano e da questo momento aumenta anche il malumore di quelli che erano stati protagonisti dello sviluppo del Cappelli.

Fino a quel momento avevano potuto utilizzare e riseminare il grano prodotto, ora invece devano pagarlo ed anche caramente.

La SIS, per potersi rifornire di una quantità sempre maggiore di grano da semina, impone, agli agricoltori che chiedono di utilizzare queste sementi, di restituire tutto il grano prodotto, beninteso ad un prezzo molto ben remunerato.

Quindi, agli agricoltori che volevano riutilizzare le sementi senza doverle pagare, viene imposto non solo di prenderle dalla SIS a costi alti ma anche di dover vendere alla medesima SIS tutto il grano prodotto.

Se pensiamo che chi produce grano non solo lo vende a prezzi bassi ma spesso ha anche problemi a venderlo, va da sé che questo meccanismo era di gran lunga superiore.

Venivano garantiti i produttori, sia per la fornitura di sementi e sia per la vendita a un prezzo redditizio e, soprattutto, i consumatori.

Ma a questo punto sono venuti fuori rancori politici, vecchie ruggini fra organizzazioni professionali e, morale della favola, la SIS è stata multata dall’Antitrust e si è ritirata dal mercato e ora i produttori non sanno a chi dare il grano.

E torniamo a Report.

Il servizio racconta gli eventi che hanno portato alla crisi del Cappelli in maniera lineare e comprensibile ai non addetti.

Ma poi la redazione cede alla tendenza sensazionalistica e annuncia con enfasi che è stato dimostrato che il grano Cappelli ha un potere nutrizionale importante, che il tutto è stato dimostrato e che i risultati sono stati pubblicati sulla rivista internazionale nutrients nel 2019 . (leggi l’articolo)

Una delle autrici intervistata dice che sorprendentemente il grano Cappelli, somministrato a persone che pur non essendo celiaci presentano comunque sintomi dopo una dieta senza glutine, ha determinato un livello più basso di problemi gastrointestinali ed extra intestinali rispetto a pazienti che avevano ricevuto la pasta prodotta con l’altro grano.

È vero che il giornalista non è attrezzato culturalmente per valutare una pubblicazione scientifica; è vero anche che una degli autori ha enfatizzato molto i risultati, ma sarebbe prudente non basare una tesi su una sola ricerca, passata inosservata nel mondo della scienza nonostante i dati siano così eclatanti.

E in effetti la ricerca lascia molti dubbi e questo per un motivo formale ed uno sostanziale.

Un ricercatore non può dire e scrivere che il grano Cappelli o il vino Merlot fa bene o fa male non solo perché le diversità all’interno del grano Cappelli e del vino Merlot possono essere enormi ma soprattutto perché tutti hanno le stesse molecole, anche se in concentrazione diversa e, quindi, tutti potrebbe esercitare effetti benefici se quelle molecole che ne sono responsabili sono contenute nella concentrazione dovuta.

Facciamo l’esempio del resveratrolo, che tanto ha fatto parlare a suo tempo.

Fa bene alla salute, ma è contenuto in tutti i vini, in qualche varietà di più e in altre di meno.

Ma nessuno si sognerebbe di dire che l’Aglianico fa bene perché ha un alto contenuto di resveratrolo.

Io non dico che la ricerca non sia stata fatta bene ma non si può concludere che il grano Cappelli riduce i sintomi gastrointestinali ma quel grano Cappelli che aveva quella composizione chimica e quella concentrazione delle molecole implicate.

Quindi, in questi casi un ricercatore dovrebbe scrivere: ho usato il grano Cappelli ma tutti i grani che contengono queste molecole, in questa concentrazione, possono migliorare lo stato di salute della persona. Insomma, compito della ricerca è quello di arrivare alla regola, che poi deve essere valida in tutto il globo, non solo a casa mia.

Vediamo ora la sostanza. I ricercatori hanno preso due paste: una prodotta con grano Cappelli ed una con una miscela di grani vari.

Tutto qui. Non si sa quale sia la loro composizione chimica e nemmeno le condizioni di produzione.

Quindi, la probabilità che, ripetendo l’esperimento, si possano avere gli stessi risultati sono minime, risibili.

Mi si dirà: ma è stato pubblicato su una rivista internazionale! Certo ma i referee, cioè le persone che decidono della sua pubblicazione sono colleghi che hanno la stessa cultura. Nessuna sorpresa.

E comunque, nelle conclusioni non si danno spiegazioni sui risultati ottenuti, anche perché non potevano darne, visto che non è stata fatta alcuna analisi, quindi non c’era una tesi di partenza.

Questo naturalmente non vuol dire che il grano Cappelli non sia di qualità. E questo non riguarda solo il grano Cappelli ma tutti i grani, se sapessimo da cosa dipende il livello qualitativo.

Ma siccome non lo sappiamo, anche se facciamo una prova sperimentale sugli effetti salutistici e trovassimo che questi sono evidenti e positivi, il fenomeno non sarebbe ripetibile perché non conosciamo i fattori che determinano il contenuto di quella molecola o di quelle classi di molecole.

Quindi Report ha portato a supporto della sua tesi un testimone sbagliato ed ora la situazione è ancora più complicata.

I consumatori hanno capito che il grano Cappelli fa bene, lo cercheranno sul mercato ma ne diffideranno perché non sanno se l’origine è garantita e, se anche fosse, mangerebbero qualcosa il cui valore nutrizionale sarà casuale e non garantito.

  1. Ianiro, G. Rizzatti, M. Napoli, M. V. Matteo, E. Rinninella, V. Mora, C. Fanali, A. Leonetti, S. Benedettelli, M. C. Mele, G. Cammarota e A. Gasbarrini. (2019). A Durum Wheat Variety-Based Product Is Effective in Reducing Symptoms in Patients with Non-Celiac Gluten Sensitivity: A Double-Blind Randomized Cross-Over Trial. Nutrients, 11, 712