Pascolamento rotativo-intensivo: un modo per migliorare l’efficienza mantenendo la qualità?

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Pascolamento

Parte 2: l’antitesi.

 Francesco Tiezzi, North Carolina University

Nell’articolo precedente mi sono permesso di proporre, in maniera superficiale, il pascolamento rotativo-intensivo come soluzione per migliorare l’efficienza dei sistemi pastorali.

Cosa probabilmente necessaria per migliorarne la capacità remunerativa e quindi l’adozione. Certo però, ogni proposta dovrebbe essere analizzata alla luce degli svantaggi che comporta e quindi eccomi ad evidenziarne uno, non da poco direi.

Il pascolamento intensivo non lascia spazio alla selezione delle essenze da parte dell’animale.

Uno potrebbe dire ‘certo, è proprio questo il vantaggio!’.

Ma questo fa a cazzotti con un’altra linea di pensiero che vorrebbe che l’animale scegliesse la propria razione, di giorno in giorno, sulla base delle proprie esigenze. Cosa non da sottovalutare, per lo meno secondo una certa scuola di pensiero.

Secondo Fred Provenza (Department of WildlandResources, Utah State University) gli animali dovrebbero essere lasciati liberi di selezionare la loro razione ogni giorno, facendo leva su quella che lui chiama wisdom of the body, ovvero la capacità innata che ognuno di noi avrebbe, salvo patologie, di selezionare il cibo di cui abbiamo bisogno in quel dato momento.

Fred ProvenzaCiò sarebbe possibile grazie a complessi meccanismi di feedback che si attivano tra l’apparato digerente e il sistema nervoso centrale.

Un ruolo preponderante, sia nella scelta che nel meccanismo di feedback, ce l’avrebbero il sapore delle essenze e i composti primari e secondari che vi si trovano. Inoltre, sapore e presenza di certi composti variano con lo stadio vegetativo della pianta e con la fertilità del suolo.

Ciò riprende e ridefinisce il concetto di appetibilità di un foraggio: non è detto che un alimento con alto valore nutritivo sia anche appetibile (pensiamo all’olio di fegato di merluzzo) e, soprattutto, non è detto che il rapporto tra i due rimanga costante a prescindere dallo stato fisiologico dell’animale.

Ma Fred Provenza ha condotto ormai diversi studi in materia.

Per esempio, ha potuto constatare come la scelta alimentare fosse fortemente determinata da quella che era stata l’alimentazione del giorno precedente: se delle pecore erano state alimentate con foraggio ad alto tenore proteico in un giorno, il giorno seguente sarebbero andate a cercare un foraggio con tenore proteico il più basso possibile.

Il meccanismo funzionava anche con lo stesso alimento ma con l’aggiunta di insaporitori diversi: se un giorno si somministrava solo la paglia con una certa nota odorosa aggiunta in eccesso, il giorno dopo le pecore cercavano di evitare quella paglia ad ogni costo. Un discorso a parte poi è riservato al pascolamento su arbusti ricchi di tannini e terpeni.

Le pecore di solito li evitavano per qualcosa di più nutritivo, ma in certi casi li andavano a cercare probabilmente per mitigare certi stati di intossicazione o presenza di parassiti intestinali.

Ora, da genetista non vorrei rubare il campo ai nutrizionisti, questo lo devo dire. Ma permettetemi di fare una considerazione.

Mettere a disposizione un menù il più possibile variegato potrebbe essere un’alternativa all’adattare la dieta continuamente, nello spazio e nel tempo. Si potrebbe lasciare che gli animali scelgano la propria dieta, facendo leva sul meccanismo che Fred Provenza propone.

Certo, l’approccio rende il sistema di pascolamento difficilmente semplificabile e pianificabile.

Il che lo mette in contrasto con il pascolamento rotativo-intensivo che sembra essere una buona soluzione per aumentare l’efficienza dei sistemi al pascolo.