Pascolamento rotativo-intensivo: L’importanza di una flora diversificata

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Pascolamento intensivo rotativo -

Parte 4: una sintesi oltre le aspettative

 Francesco Tiezzi   north carolina university

Nei tre articoli precedenti, abbiamo proposto questo tipo di pascolamento in un processo di tesi-antitesi-sintesi. L’intento è quello di proporre l’intensivizzazione dei piani di pascolamento (https://robertorubino.eu/pascolamento-rotativo-intensivo-un-modo-per-migliorare-lefficienza-mantenendo-la-qualita/) sempre mettendone in luce gli aspetti negativi (https://robertorubino.eu/pascolamento-rotativo-intensivo-un-modo-per-migliorare-lefficienza-mantenendo-la-qualita-2/), ad esempio, quello di una mancanza di selezione delle essenze da parte degli animali.

Il che potrebbe essere risolto con l’incremento del numero di specie in un pascolo o in una coltura di copertura (https://robertorubino.eu/coltura-di-copertura-e-pascolamento-rotativo-intensivo/).

Ora vediamo, a grandi linee, che cosa questo comporterebbe.

Il pascolamento delle cover crops sembra quindi una soluzione per risparmiare sui costi, pur apportando letame. Ciò sembra imprescindibile dalla gestione intensiva del pascolamento, gli animali devono essere spostati frequentemente in modo che tutto venga consumato.

L’apporto dei vari nutrienti dovrebbe essere garantito dal fatto che diverse specie siano messe a disposizione nel ‘pascolo’; in questo l’animale può selezionare le singole e diverse specie in relazione al proprio fabbisogno nutritivo.

È importante notare come gli animali (quasi sempre bovini) siano solo una parte del sistema.

Un trasformatore di erba in letame e carne.

Il letame ha valore come fertilizzante perché accelera il ciclo di decomposizione della sostanza organica vegetale e perché provvede a inoculare il suolo con i microrganismi necessari alla formazione di una flora microbica stabile e complessa.

Senza il bestiame, la sostanza organica tarderebbe a decomporsi e mancherebbe il costante inoculo del terreno con i microrganismi che formano la microflora.

Il che potrebbe sorprendere, o forse no.

Leggendo gli articoli precedenti, mio padre mi ha ricordato che un noto economista italiano, Sergio Ricossa, riteneva che l’obiettivo principale dell’allevamento del bestiame fosse in realtà la produzione del letame.

Proprio sul letame si sarebbe basata tutta la produzione agricola italiana prima dell’uso ingente di energia (petrolio) e dell’arrivo dei concimi di sintesi.

Ora, una sistema di questo genere, sarebbe applicabile anche a contesti dove gli animali occupano un ruolo più importante?

Probabilmente si, purché non si perda la visione olistica dell’insieme.

Gli animali hanno il ruolo descritto sopra, ma traggono anche beneficio dal fatto di pascolare su piante di molte specie diverse che sono cresciute in un terreno ricco di sostanza organica e con microflora attiva e diversa.

Il che dovrebbe rimettere in moto il circolo virtuoso che fa leva sulla biodiversità.

Inutile poi ricordare che la biodiversità, nel pascolo, ha il ruolo di conferire al prodotto delle caratteristiche organolettiche complesse.

In più, questi sistemi sono anche ottimi sequestratori di anidride carbonica, che va ad immagazzinarsi sia nei residui vegetali in superficie e sia nella sostanza organica del suolo.

Certi sistemi, che includono i bovini, sono addirittura neutrali dal punto di vista del bilancio dell’anidride carbonica; ovvero ne sequestrano quanta ne emettono (principalmente come metano).

Poniamo ora che gli animali non pascolino all’interno di una rotazione, ma si parli solamente di prati stabili.

Il ragionamento vale lo stesso?

Direi di si: purché si applichi una rotazione ben studiata degli animali nei vari appezzamenti.

Il fatto che gli animali rimangano in un appezzamento di terreno limitato per poco tempo e poi non ci ritornino per parecchio tempo è essenziale.

Tutto il foraggio deve essere consumato, o calpestato, come fosse una stabbiatura.

Del resto, può essere paragonato a quello che avviene in natura, quando mandrie di gnu e bisonti pascolano indisturbate, secondo quando descritto da Allan Savory, ecologo, originario dello Zimbabwe e ideatore della gestione olistica dei sistemi agricoli.

Le mandrie si comporterebbero in una maniera che ricorda il pascolamento rotativo, muovendosi da una zona all’altra ma sempre rimanendo confinate in uno spazio ristretto per difendersi dai predatori.

Dopo aver mangiato o calpestato tutta l’erba e aver lasciato una buona quantità di letame, abbandonano l’area per tornarci se non dopo un lungo periodo di tempo: il che favorisce la rinascita delle piante, anche grazie al letame depositato.

Quindi il sistema proposto sembra addirittura poter rigenerare i sistemi agricoli, oltre che renderli più sostenibili.

Non a caso, spesso, si parla di agricoltura rigenerativa e di esempi se ne trovano ormai in tutto il mondo.

Se ne trovano anche in Italia, dove l’azienda agricola ‘La Argentina’ pratica il pascolamento rotativo Voisin.

Mi ricordo infatti di quella volta quando, durante un incontro di allevatori di Latte Nobile in Messico, un allevatore disse:

“Vuoi migliorare la fertilità dei tuoi terreni? Non comprare ferro, compra vacche!”

Rimane ora da chiedersi quale potrebbe essere l’impatto sulla qualità del latte.

E quali siano, alla fine, i punti cardine per una implementazione di questo modello.

Lo approfondiremo nel prossimo articolo.

Per saperne di più

https://savory.global

https://www.facebook.com/allevamentorigenerativo/

https://www.ganaderiaregenerativa.com

https://www.facebook.com/ganaderiaregenerativa/

 

https://www.facebook.com/RegenerationMidwest/