Pascolamento intensivo sì, ma con un occhio rivolto alla qualita’ del latte

487
Pascolamento e qualità del latte

 

di Francesco Tiezzi, North Carolina University

Parte 5: alcune considerazioni tecniche.

Che il pascolamento rotativo-intensivo su colture (annuali o poli-annuali) sia una strada percorribile per una migliore gestione dei pascoli sembra chiaro (https://robertorubino.eu/pascolamento-rotativo-intensivo-limportanza-di-una-flora-diversificata), ora vediamo quali potrebbero esserne i punti critici.

Il consumo di erba deve essere totale.

Bisogna che ben poco sia rimasto nel campo dopo il passaggio degli animali, questo per evitare che le specie meno appetibili vadano a seme e diventino infestanti.

Ciò è importante sia nel caso di colture di copertura annuali sia di prati stabili.

Nel primo caso, non dimentichiamoci che gli animali erano stati messi nel campo proprio per eliminare la coltura di copertura, perché quella che potrebbe essere una ottima coltura da copertura-pascolo (ad esempio, veccia) potrebbe diventare una infestante nella coltura seguente.

Nel secondo caso, quello dei prati stabili, si vuole che tutte le specie possano riseminarsi, di certo senza il vantaggio di quelle meno appetibili. Anche perché la selezione contro le specie meno appetibili ridurrebbe il numero di specie presenti e, quindi, la biodiversità nel pascolo.

Il consumo di erba può essere pianificato per diversi stadi fenologici.

È ormai risaputo che il consumo di erba nei diversi stadi fenologici avrà un impatto diverso sulla salute dell’animale e la qualità dei prodotti.

Mentre il consumo di erbe in pre-fioritura potrebbe favorire l’apporto di proteine e carboidrati facilmente digeribili, il consumo in fioritura potrebbe apportare un maggior carico di anti-ossidanti (ad esempio, carotenoidi) che darebbero più aroma e un colore del latte più tendente al giallo.

Il consumo delle erbe a maturazione potrebbe poi dare un maggiore carico di polifenoli, che esercitano un’azione anti-infiammatoria per l’animale e conferiscono un sapore più complesso e persistente del formaggio.

Per di più, se l’animale avesse modo di selezionare le diverse parti della pianta, ogni vacca potrebbe potenzialmente disporre di una razione diversa, sulla base delle proprie esigenze, il che moltiplica le possibili ‘razioni giornaliere’ da cui ogni animale può scegliere.

Quindi, quali potrebbero essere delle strategie per offrire una razione completa ma al tempo stesso fare uso di tutto il foraggio disponibile?

  1. Conoscere i propri pascoli e fare delle previsioni sullo stadio fenologico di ogni pascolo (o essenze nel pascolo) nei diversi periodi dell’anno.
  2. Pianificare i movimenti degli animali nei vari appezzamenti, sulla base delle previsioni fatte.
  3. Alternare il pascolo su erba fresca con il pascolo su erba più matura, in modo che gli animali possano avere a disposizione erbe di tutti gli stadi fenologici nel minor arco di tempo possibile.

In particolare, il punto 3 penso sia importante, quanto difficile da realizzare nei climi mediterranei.

Verrebbe spesso da far pascolare gli animali su erba fresca in primavera e erba matura in estate, per tornare sul ricaccio in autunno.

Questo comporterebbe una forte stagionalità nella qualità dei prodotti (pazienza) ma soprattutto potrebbe anche compromettere il benessere animale perché la razione sarebbe sempre sbilanciata verso ciò che è disponibile al momento.

Gli spostamenti degli animali dentro gli appezzamenti devono avvenire il meno possibile.

 Se 10 vacche hanno a disposizione 10 ettari, riusciranno a calpestare tutto il foraggio nel giro di un anno e presto inizieranno a scomparire le specie più appetibili, farsi vedere le prime specie di reazione (cardi, rovi) e il pascolo verrà deteriorato.

Questo perché le vacche passeranno la maggior parte del tempo a camminare per il pascolo, compattando il terreno, e brucare solo le parti delle essenze più appetibili, facendo il modo che non vadano a seme.

L’habitus comportamentale è ben diverso da quello descritto da Allan Savory riguardo alle mandrie in Africa, probabilmente perché i bovini addomesticati hanno perso il comportamento gregario, per la scarsa esposizione ai predatori (per lo meno, più scarsa che in Zimbabwe).

Gli appezzamenti dovrebbero essere il più ridotti possibile, potenzialmente da fornire il foraggio per un solo giorno.

Gli animali non devono tornare nello stesso appezzamento per un lungo periodo.

L’impatto del calpestamento sul terreno è forte; per questo poi, gli animali non devono tornare nel pascolo per molto tempo, dato che le piante hanno bisogno di far ricrescere l’apparato radicale e fogliare.

Se si tratta di un prato stabile, probabilmente sarebbe anche meglio che andasse a seme in modo da rigenerarlo, purché non ci sia stata selezione contro le specie meno appetibili.

La pianificazione degli spostamenti tra i pascoli diventa quindi ancora più importante, visto che un ri-pascolamento di un appezzamento prima che le piante si siano rigenerate potrebbe vanificare tutti gli sforzi fatti e costringere a lavorazioni meccaniche del terreno.

Le lavorazioni meccaniche sono state abbandonate da coloro che praticano queste tecniche di pascolamento in maniera pianificata e razionale.

Una gestione intensiva dei pascoli

In conclusione, il pascolamento intensivo-rotativo non è solamente un “metto le vacche in quel campo e le sposto quando è finita l’erba”, ma la rotazione deve essere pianificata ed eseguita a ritmo serrato.

Si tratta invece di una gestione intensiva del pascolamento.

Spostamenti giornalieri degli animali, ingenti investimenti in recinzioni e strade per il controllo e lo spostamento degli animali.

Si potrebbe quasi parlare di agricoltura intensiva, dato che il rapporto lavoro/terra o capitale/terra è decisamente più alto.

Si potrebbe avere davvero poca terra a disposizione, ma con in ingente investimento in infrastrutture (recinzioni, abbeveratoi) e forte uso di manodopera (spostamenti giornalieri degli animali) si potrebbe fare largo uso dei pascoli.

Facile a dirsi, forse non molto a farsi.

Per molti, comporterebbe un passaggio dall’agricoltura estensiva a quella intensiva o semi-intensiva.

Ma i vantaggi sembrano esserci. Per l’ambiente, la qualità dei prodotti e, non ultimo, le tasche degli allevatori.