LO SVILUPPO DEI SUD DEL MONDO PASSA ATTRAVERSO LA PRESA DI COSCIENZA DEL VALORE DELLE RISORSE ENDOGENE

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mezzogiorno d'italia

di Roberto Rubino

La calura estiva porta sempre con sé il rispolvero di vecchi programmi televisivi e la lettura di libri che avresti voluto leggere e non l’hai fatto perché, tanto, verrà il giorno.

Quest’anno, con mia piacevole sorpresa, ho trovato un vecchio libro, ma appena ristampato e di cui non avevo mai sentito parlare: “La Via del Sud” di Riccardo Musatti, Edizioni di Comunità.

Il libro è del 1955 e l’autore fu uno dei principali collaboratori di Olivetti e uscì nello stesso anno in cui Adriano Olivetti inaugurò la fabbrica a Pozzuoli.

Più che un economista, Musatti era un urbanista e, non a caso, questa esigenza di organizzare il territorio e le aree urbane secondo modelli ben definiti la ritroviamo spesso in questo lungo excursus che parte da un’analisi abbastanza originale della questione meridionale, per arrivare ad una proposta concreta sui mezzi e gli strumenti per avviare il Mezzogiorno verso lo sviluppo.

Non è mia intenzione fare la recensione di questo libro, non ne ho la competenza necessaria, però la sua lettura mi è tornata utile per capire meglio quegli anni e l’idea che mi ero fatto sui personaggi che hanno affollato la mia giovinezza.

Ho frequentato l’Università di Portici a cavallo del’68, Rossi Doria aveva già lasciato l’Università, ma la sua scuola ancora dominava il panorama culturale.

Quindi i suoi libri, le sue teorie, ma anche Scotellaro, Carlo Levi, in parte Dorso e De Martino ci apparivano come i portatori di una cultura e di un metodo che ci potesse permettere di meglio capire la realtà e di programmare lo sviluppo del Mezzogiorno.

E che invece la culturale positivista e pessimista di Fortunato, Croce, Nitti non aiutasse, anzi spesso potesse essere di ostacolo.

Musatti, invece, già una decina di anni prima aveva abbondantemente smitizzato Levi e Scotellaro: “Carlo Levi ha gettato sulla tomba del giovane amico perduto il manto rutilante del mito(uno dei mille di cui Levi si è sempre servito per far poesia, ma anche per rudemente agitare) intrecciando la leggenda di S. Rocco socialista, migrante sulle balze del Parnaso negli anni della sua vita, evocato e rimpianto in morte, come redentore mancato di orfane e smarrite”.

Ma Carlo Levi aveva anche idealizzato, così come aveva fatto De Martino, il mondo contadino, condannandolo al folclore. E Musatti ne rileva appieno “l’idoleggiamento antistorico del mondo contadino”.

Ma c’è un altro aspetto che mi preme sottolineare e riguarda la lettura che veniva data a partire dall’Unità d’Italia ed anche prima, e a cui non sfugge nemmeno Musatti, del mondo contadino e della realtà del Sud,” le aree depresse”.

Già a fine ’700 G.M. Galanti scriveva, a proposito della pastorizia, che “non conviene che a popoli erranti e poco inciviliti”, Giustino Fortunato aveva parlato di “sfasciume idrogeologico”; Rossi Doria di “osso e polpa”, Carlo Levi di miserabili e di maghi, e lo stesso Musatti “:la via del Mezzogiorno contadino è un equilibrio assurdamente stabile, quanto miserrimo. La povertà della terra, l’irrazionalità dei sistemi di conduzione, lo spopolamento delle campagne, l’accentramento urbano, l’arcaicità dei costumi, con quanto essa comporta di arretrato e di solido, sono elementi concorrenti di un’unica inscindibile realtà”.

Come si può vedere, autori profondamente diversi per cultura, estrazione e formazione, danno tutti un’unica lettura della realtà del mondo contadino: una massa informe, povera, lacera, triste.

Nel leggere questo libro, mi sono reso conto quanto, forse, questa lettura fosse epidermica, superficiale e, per questo, quanto abbia condizionato negativamente le successive politiche di sviluppo.

A dimostrazione porto due esperienze molto diverse fra loro ma che vanno nella medesima direzione.

pecore al pascolo
I pascoli del Mezzogiorno sono stati sempre presi a simbolo del degrado e dell’arretratezza. Invece non solo il cotico erboso trattiene l’acqua, rallenta le frane ed assicura un accumulo di fertilità, ma è proprio grazie alle decine di specie diverse di erbe che i formaggi e la carne hanno una complessità aromatica e nutrizionale importante. E pensare che gran parte di quelle erbe vengono definite infestanti: Grazie, infestanti, di esistere!

Io sono arrivato a Potenza nel ’78 all’Istituto Sperimentale per la Zootecnia, un piccolo istituto di ricerca fondato nel 1912 da Nitti.

Trovai una società molto dinamica, culturalmente viva e stimolante.

In quel periodo si parlava molto di aree interne, di aree marginali, eppure c’era già un filone di pensiero che provare a ragionare ed a guardare alle aree interne come aree fornite di un notevole potenziale di risorse.

Leonardo Cuoco e il mio direttore Alessandro Carena, un torinese invitato da Colombo a dirigere quel centro, già in quel periodo dicevano che non era vero che il Mezzogiorno fosse un’area degradata, il potenziale c’era e stava a noi ricercatori trovare la chiave di lettura, misurarlo e valorizzarlo.

Quindi, bisognava puntare sulle risorse disponibili e non concentrare gli sforzi, come molti, quasi tutti hanno fatto, compreso Musatti, sulla forma di governo o di organizzazione del territorio o di strutturazione delle parti sociali per incamminarsi verso lo sviluppo.

Non c‘erano “aree marginali” osso” per definizione, ma risorse che aspettavano unità di misura adeguate e specifiche per essere liberate.

Ma torniamo alla miseria e a quell’atmosfera grigia che avrebbe gravato sulle popolazioni.

Negli anni in cui il libro è stato scritto io vivevo ad Acerno, un paesino arroccato sulle montagne della provincia di Salerno.

Non c’erano ricchi e nemmeno borghesia, ma solo lavoratori della montagna e contadini.

Pochi soldi, pochi riuscivano a studiare, ma non ricordo di gente che si lamentasse, o che imprecasse contro qualcuno per quella miseria.

Anzi l’atmosfera era sempre pacata, lenta, allegra, almeno d’estate quando tutti si sedevano sui gradini delle scale a filare o a seccare il legumi e a parlare fino a notte.

E quella miseria non ci ha proibito di studiare e di frequentare scuole anche importanti.

Invece tutti si sono soffermati a guardare i vestiti laceri e non le risorse che c’erano e che andavano riscoperte.

E inoltre, qualcuno queste cose le aveva capite almeno venti anni prima. George Simenon scrive “Il Mediterraneo in barca”, nel 1935.

Qualche anno prima si era concesso un giro in barca attraverso il Mediterraneo, approdando ogni sera in porti diversi.

Una cosa subito lo attira e lo affascia: l’atmosfera tranquilla e serena delle popolazioni. “Conosco i paesi del Nord Europa. Ho vissuto in Germania all’epoca dell’inflazione. Ho visto chiudere miniere di carbone e spegnersi altiforni. Lassù le espressioni dei volti si inaspriscono, la gente reagisce, chi con virulenta disperazione, chi con una smania di piaceri illeciti, chi sprofondando nel più cupo sconforto. Lassù non fanno che ripetere: la crisi. Nel Mediterraneo, invece, della crisi nessuno si lamenta. Non si ribellano. Non accusano la malasorte. Sono senza speranza e senza disperazione. Vuol dire che soffrono meno? Saremmo tentati di crederlo, vedendo come il sole, in poche settimane, faccia crescere le messi, maturare l’uva, moltiplicando ovunque la vita. Ma credo che questa sia un’idea da uomini del Nord. …La crisi è un’invenzione moderna, come il cambio, il rialzo e il ribasso, lo sciopero e la serrata. Tutte parole che qui non hanno nessun significato. Nel mediterraneo, come nella Bibbia, ci sono le vacche grasse e le vacche magre, gli anni di penuria e gli anni di abbondanza. C’è soprattutto l’abitudine a entrambe le cose, intendo dire all’abbondanza e alla penuria. La gente non si sente spacciata quando ha fame né all’apice dell’agiatezza quando ha tanto fieno in cascina. Rassegnazione? Non credo. Direi piuttosto saggezza involontaria, ereditata da remoti progenitori”.

E però, questa chiave di lettura ha appesantito non poco il cammino verso la ricerca e la valorizzazione delle risorse endogene.

Dobbiamo comunque prendere atto che la strada da seguire era già chiara, almeno ad alcuni, fin dalla fine degli anni Settanta.

Caciocavallo podolico
“Il caciocavallo podolico è fra i migliori formaggi al mondo. Quello riportato in foto viene prodotto esattamente come si faceva nell’Ottocento. Eppure, ecco quanto scrive Salerno, un tecnico della Cattedra ambulante di Potenza, nel 1892: “furono gli dei maggiori dell’industria casearia che, riuniti in giuria all’esposizione universale di Parigi del 1878, scagliarono tutti i fulmini contro quel prodotto che definirono: il segnacolo della barbarie delle regioni meridionali. Metodo di fabbricazione dilapidatore, perché getta il grasso del latte nelle acque bollenti del trattamento. Manipolazione lorda e schifosa, perché affidata alle mani di un pastore sudante”. A volta non solo il sonno della ragione genera mostri ma anche la pessima chiave di lettura della realtà!.

Oggi, nel 2020, abbiamo capito che le risorse sono dovunque e che qualsiasi cosa può diventare una risorsa, ma per quasi tutte ancora non disponiamo nell’unità di misura per dimostrarne il livello qualitativo.

E questo vale non solo per il Mezzogiorno, ma per tutti i Sud del mondo.

E lo dimostra il fatto che il prezzo delle materie prime è uguale dappertutto, cosa che, di per sé, è un ossimoro.

Ci spieghiamo così perché ancora oggi il Ragusano, o il caciovallo podolico, o il Formai de Mut piuttosto che il Montasio d’alpeggio così come il Cotija messicano, l’Aceitao portoghese o il Tulum turco, tutti formaggi di grandissimo livello, vengano pagati meno dei formaggi industriali: il settore non conosce il proprio potenziale.

Quindi grandi passi in avanti non ne abbiamo fatti, o almeno viaggiamo con troppa lentezza; forse però sappiamo in che direzione andare.

E mi sembra già un fatto rivoluzionario.