LE PROPOSTE IN MATERIA DI GOVERNANCE DEL SISTEMA LATTE IN ITALIA

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Ermanno Comegnadi Ermanno Comegna, esperto di economia e politica agraria e di mercati agricoli

Per un modello plurale di produzione

Nel corso del convegno di oggi, dall’ambizioso titolo “Filiera , modelli a confronto”, i relatori Sono stati chiamati a svolgere l’esercizio di elaborare suggestioni, proposte e soluzioni innovative per il sistema del latte italiano che rischia di pagare un caro prezzo alla politica della liberalizzazione e della regolamentazione alla quale è sottoposta dall’Unione europea negli ultimi anni.

Da sempre mi sono occupato del modello della zootecnia da latte basato sulla specializzazione produttiva, sulla intensificazione in termini di capitali e di fattori della produzione immessi nel ciclo e sulla innovazione come strumento per abbattere i costi ed aumentare la competitività.

Non sono caduto, però, nella superficialità di ritenere che un solo modello produttivo fosse auspicabile e capace di prosperare all’interno del mercato globalizzato e con barriere sempre più labili.

Ho sempre creduto nel valore generato dalla presenza sul territorio di una zootecnia diffusa e multiforme e sono fermamente persuaso che non esista un unico sistema vincente di organizzazione della produzione.

In particolare, ritengo che la molteplicità dei modelli produttivi e di approccio al mercato siano una ricchezza, anzi credo una necessità alla quale, peraltro, non si può rinunciare.

Un’eccessiva semplificazione, con la standardizzazione e l’omologazione rispetto ad un unico paradigma dominante di riferimento sarebbe controproducente.

Mi capita sempre più frequentemente di imbattermi in allevatori che finora hanno seguito il modello intensivo prevalente, i quali procedono con il passaggio dalla produzione convenzionale a quella biologica che è considerata maggiormente remunerativa, visto il differenziale di prezzo che si riesce ad ottenere e tenuto conto del notevole ritmo di espansione del mercato.

Ricordo che in passato c’era dualismo e contrapposizione tra le due tipologie produttive. Oggi, invece, sono diverse le imprese professionali di media e di grande dimensione, con capacità produttiva di 10.000, 20.000 e 30.000 quintali di latte per anno che si convertono al biologico, convinti di compiere la scelta migliore dal punto di visto economico.

Inoltre sono sempre stato convinto di una ulteriore vitale esigenza e cioè della presenza diffusa della zootecnia da latte sull’intero territorio nazionale, comprese le aeree svantaggiate di montagna e, naturalmente, il Centro ed il Sud del Paese.

Ci sono tante ragioni che rendono debole l’idea che il latte in Italia debba essere prodotto solo nella aerea della fertile pianura irrigua settentrionale.

La più importante tra di esse è la consapevolezza che l’ambiente sia diventato il principale fattore limitante l’eccessiva concentrazione territoriale.

Dopo tali premesse, giungo alla trattazione dell’argomento al centro della discussione ed illustro alcune proposte la cui finalità è quella di favorire un solido modello di governance del sistema latte in Italia.

Nel compiere tale esercizio terrò conto delle problematiche contingenti del settore, afflitto da una della più acute crisi che mai si siano verificate negli ultimi decenni e considerando il ruolo fondamentale delle istituzioni europee, attraverso la politica agricola comune.

In particolare illustrerò sei diverse proposte ma, in via preliminare, mi soffermo sul ruolo della aggregazione economica nella filiera latte, la quale, contrariamente a quanto comunemente si creda, non si trova in uno stato di arretratezza in Italia e ci sono le condizioni legislative che permetterebbero di chiudere i residui ritardi esistenti.

ConvegnisticaAggregazione e organizzazione: non si parte da zero

Molti ritengono che una delle più urgenti ed evidenti esigenze del sistema lattiero-caseario nazionale riguardi l’aggregazione e l’organizzazione del settore.

Personalmente non sono di tale avviso, perché reputo che l’Italia, anche grazie ad alcuni recenti legislativi, sia dotata di un insieme di testi legislativi che possono essere considerati completi ed in linea con le necessità.

Inoltre a differenza di quanto generalmente si presupponga, il livello di aggregazione e di organizzazione nella produzione di latte bovino in Italia è piuttosto elevato. Il 70% della materia prima prodotta in Italia annualmente è intercettato dal sistema della cooperazione, dalle OP e dalle AOP, a fronte dell’85% nella UE nel suo complesso. C’è un certo divario che, però, non lo si può certamente etichettare come incolmabile.

Il decreto Mipaaf del 2016 che stabilisce le regole per il riconoscimento ed il funzionamento delle organizzazioni dei produttori e delle loro associazioni istituisce una nuova forma di rappresentanza dell’offerta agricola e cioè le OP non commerciali, le quali aggregano gli allevatori, senza che ci sia il conferimento ed il relativo passaggio di proprietà del prodotto. Sono convinto che con questa innovazione, il livello d’aggregazione della produzione di latte bovino in Italia possa ulteriormente espandersi.

Anche lo strumento della interprofessione è abbastanza presente e diffuso nel nostro Paese. Basti pensare al numero, al ruolo ricoperto ed alle attività svolte dai consorzi di tutela dei DOP ed IGP per rendersi conto di come la collaborazione di filiera non costituisca una caratteristica avulsa dalla cultura economica ed organizzativa del sistema lattiero-caseario nazionale.

Quello che manca è un organismo interprofessionale per l’intero settore o, quanto meno, della parte non rappresentata dai consorzi di tutela che consenta un dialogo continuo e concreto tra produttori agricoli, industrie di trasformazione e distribuzione commerciale. Tale carenza non dipende da un deficit legislativo, ma dalla mancanza di un atteggiamento propizio da parte degli operatori economici e la forza ed il coraggio di sviluppare una progettualità in comune, su tematiche di interesse generale.

filiera lattePrima proposta: superare in fretta la crisi in atto

La priorità assoluta in questa fase è di riportare l’equilibrio nel settore della zootecnia bovina da latte a livello europeo ed italiano, altrimenti la componente più sensibile e fragile del sistema (oggi si preferisce dire quella meno resiliente) non riuscirà a sopravvivere ed abbandonerà per sempre l’attività.

L’Italia è particolarmente esposta a tale rischio per effetto di più elevati costi di produzione rispetto ai concorrenti europei; a causa di una diffusa debolezza strutturale e organizzativa del settore e, infine, per un elevato livello di indebitamento degli allevamenti zootecnici, aspetto questo che, per altro, non è peculiare del nostro Paese.

La difficoltà del settore è testimoniata da alcune statistiche che sono di chiara eloquenza: da ventinove mesi il prezzo del latte crudo alla stalla nell’Unione europea è in riduzione. Il ribasso è iniziato da novembre 2013 e nel mese di aprile del corrente anno non si è ancora arrestato.

Sono quindici mesi che il prezzo del latte nell’UE si mantiene sotto il livello di lungo periodo (la media dell’ultimo decennio). Il massimo storico è stato raggiunto a novembre 2013 con 40,21 euro per quintale. Si è arrivato a 27,73 nel mese di aprile 2016 e, secondo gli analisti, non è affatto detto che questo sia il punto di minimo.

La crisi di mercato agisce su un settore che è assai vulnerabile, poiché i flussi di cassa generati dagli allevamenti bovini da latte sono molto bassi, relativamente al fatturato.

Da uno studio del SATA Lombardia si evince che i costi effettivamente sostenuti dalle imprese (quelli che richiedono un esborso monetario) sono oltre il 90% rispetto ai costi totali ed il reddito netto, quando c’è, è una porzione minoritaria rispetto ai ricavi. In tali condizioni le imprese entrano facilmente in una situazione di stress finanziario, quando si verifica una contrazione delle entrate e/o un incremento dei costi.

La crisi in corso ha assottigliato in modo consistente il cash flow ed oggi, con una semplificazione che non è troppo distante dalla realtà, ci sono due distinte situazioni. Da una parte le che soffrono, ma riescono a tenere, in quanto operano in condizioni di soddisfacente solidità, perché poco indebitate o perché molto performanti; dall’altra parte abbiamo le imprese fragili ed in difficoltà che non riescono a restituire i prestiti sottoscritti negli anni passati.

Favorire la condizione per il riequilibrio del mercato e una competenza dell’Unione europea, la quale è intervenuta a più ripresa dal 2015 ad oggi. Purtroppo, però, ha realizzato molti interventi, ma in modo non efficace e con risultati scadenti.

Nella precedente crisi di mercato del 2009 che, per certi versi, è stata più acuta di quella attuale, l’Unione europea intervenne in modo decisamente più risolutivo, con strumenti che si sono dimostrati capaci di affrontare l’emergenza. All’epoca è stato ancora possibile impiegare l’arma delle sovvenzioni alle esportazioni.

Qualora non si agisse risolutivamente e ci si affidasse alle libere forze del mercato per superare la crisi del latte, interverrebbe un processo selettivo, nel quale i più forti occuperanno gli spazi di mercato lasciati liberi dai più deboli.

Sotto tale profilo la situazione non si presenta semplice per l’Italia. Basti considerare come, nel mese di gennaio e febbraio 2016, l’Irlanda ha incrementato le consegne di latte del 35,6%, il Belgio del 20,6%, l’Olanda del 18,5% e la Polonia del 10,3% rispetto allo stesso bimestre dell’anno precedente.

Con quali misure è possibile procedere per centrare l’obiettivo del tempestivo riequilibrio del mercato?

L’unica soluzione che gli analisti giudicano efficace nell’immediato è quella di ridurre temporaneamente la produzione di latte in tutti i paesi dell’Unione europea. Un regolamento comunitario di aprile 2016 va in tale direzione, ma l’intervento di contenimento è volontario (per i singoli Paesi membri e per i produttori) e non è incentivato finanziariamente. Dopo l’iniziale insuccesso, le istituzioni europee stanno considerando la possibilità di mettere a disposizione risorse finanziarie, da utilizzare come indennizzo per gli allevatori.

Se i 500 milioni di euro stanziati a settembre 2015 fossero stati utilizzati per riconoscere un contribuito di 0,25 centesimi per chilogrammo a favore degli allevatori disposti a ridurre le consegne, si sarebbe ottenuta una contrazione produttiva di 2 milioni di tonnellate di latte.

IMG_1316Seconda proposta: a medio termine modificare la Pac

Ritengo sia necessario mettere mano agli strumenti oggi utilizzati nell’ambito della politica agricola comune e orientare la spesa verso misure in grado di perseguire in modo adeguato gli obiettivi stabiliti nel Trattato UE.

Oggi, la Pac riformata nel 2013, oltre ad essere poco efficace ed estremamente complicata, risulta anche eccessivamente diversificata a livello degli Stati membri, per effetto della flessibilità accordata negli ultimi tempi che sta portando verso una progressiva destrutturazione.

Per denunciare l’eccessiva disomogeneità dell’attuale Pac è sufficiente citare il dato relativo al livello del sostegno accoppiato per la zootecnica bovina da latte stabilito nei diversi Paesi membri.

La situazione è la seguente:

  • Nove Stati non hanno attivato la misura del sostegno specifico e, quindi, gli allevatori non percepiscono alcun supplemento annuale in termini di pagamenti diretti;
  • I diciannove stati che hanno attivato la misura dei contributi accoppiati per i produttori di latte, hanno fissato un livello di premio per capo assai differenziato che va da un minino di 30 euro ad un massimo di 728 euro per capo e per anno, fissato dalla Finlandia.

Come è possibile modificare la Pac e renderla più aderente alle esigenze dell’agricoltura europea? Non è facile, in poche battute, rispondere a tale interrogativo. Quello che è certo è l’insoddisfazione a vari livelli sulla politica di sostegno decisa con l’ultima riforma del 2013 e sui tanti tentativi di iniziare un percorso che porti alla individuazione di opzioni di riforma che siano sostenibili e adeguate.

Ad esempio, molti pensano ad un diverso approccio per quanto riguarda gli strumenti di gestione del rischio. Altri ritengono opportuno estendere il modello di sostegno oggi in vigore nel settore dell’ortofrutta e del vino, con programmi articolati su diverse misure e dotati di uno stanziamento specifico.

Di sicuro, nel dibattito sul futuro della Pac emerge come alcune scelte fondamentali compiute dall’Unione europea negli ultimi anni saranno confermate. In particolare, è difficile immaginare ci siano ripensamenti in materia di orientamento al mercato, selettività degli interventi di politica agraria e legame tra l’erogazione del sostegno e la produzione di beni pubblici da parte degli agricoltori.

Nonostante l’esistenza di alcuni punti fermi non negoziabili, esistono margini di miglioramento e sono disponibili diverse opzioni per rendere più coerente la politica agricola europea con gli obbiettivi del Trattato e con lo scenario nel quale oggi opera il settore.

Un elemento fondamentale da valutare con molta attenzione, quando si procede alla revisione della Pac, è il fenomeno della volatilità dei mercati. Nel corso dell’ultimo decennio c’è stata una violenta instabilità, intervenuta dopo un lungo periodo caratterizzato da movimenti fisiologici dei prezzi dei prodotti agricoli.

E’ da capire cosa avverrà in futuro. Si tornerà ad una situazione di volatilità fisiologica? Oppure i fenomeni estremi di questi anni non cesseranno di esistere?

filiera latteTerza proposta: una soluzione all’eccessivo indebitamento delle imprese

Le statistiche disponibili non evidenziano un fenomeno che è piuttosto diffuso all’interno della zootecnia da latte italiana ed è l’elevato indebitamento delle imprese. Tale attività richiede elevati investimenti per mantenere performanti le aziende. Inoltre, negli ultimi decenni, per finanziare la crescita dimensionale dell’allevamento, è stato necessario acquistare i diritti di produzione, operazione questa che ha richiesto impegni di capitale cospicui, spesso reperiti a debito.

Oggi, con la crisi che dura da oltre due anni, molte imprese sono in affanno e non riescono a generare i flussi di cassa necessari per restituire con regolarità i prestiti contratti.

Un primo intervento per affrontare il problema è stato realizzato con il fondo latte nel Mipaaf che stanzia 23 milioni di euro per la ristrutturazione del debito. Inoltre è intervenuta la moratoria ABI, cui sono seguiti alcuni mirati accordi con grandi gruppi bancari nazionali per favorire l’accesso al credito.

Gli sforzi compiuti non sono però sufficienti ad affrontare la grave situazione in atto. E’ necessario proseguire con un ulteriori interventi, magari prevedendo nuovi strumenti finanziari ed utilizzando le possibilità contemplate dal Fondo europeo per gli investimenti strategici.

Un esempio è offerto dall’iniziativa realizzata in Irlanda con il Milk Flex Fund, attuato attraverso il gruppo bancario olandese Rabobank, il fondo statale per gli investimenti e la cooperativa lattiero caseario Glanbia. E’ stato costituito un inedito strumento finanziario con il quale saranno erogati prestiti a medio e lungo termine a favore degli allevatori, con un tasso d’ interesse agevolato, con il collaterale (garanzia) dato dal contratto di consegna del latte e con l’aspetto assolutamente innovativo di calibrare la restituzione, in funzione del prezzo di mercato del latte crudo alla stalla (rate variabili).

Quarta proposta: utilizzare forme avanzate di contrattualistica

Le relazioni economiche della filiera del latte in Italia sono oggi in uno stato di imbarazzante arretratezza. Da anni, Lactalis agisce da punto di riferimento al quale buona parte, se non tutto il settore, guarda e si adegua.

Come procedere per migliorare la situazione? In primo luogo c’è da portare avanti un lavoro di persuasione di confronti delle varie categorie di operatori economici, facendo leva sulle virtù legate a sane e trasparenti collaborazioni nella filiera.

Inoltre occorre svolgere un lavoro di preliminare valutazione delle diverse opzioni disponibili che deve sfociare con la selezione delle migliori soluzioni, tenuto conto delle caratteristiche del sistema produttivo nazionale.

Ormai in Europa c’è una consolidata esperienza di analisi e di soluzioni operative attuate nei diversi Paesi membri. Si tratta semplicemente di realizzare in Italia il lavoro di ricognizione, valutazione e confronto che in altre parti ha già prodotto interessanti risultati.

In Inghilterra, ad esempio, hanno elaborato dei codici di buona condotta per gli operatori economici. In Spagna è stata varata un’apposita legislazione in materia di relazioni commerciali e di contrattualistica. Lo stesso è stato svolto in Francia, anche se con risultati ad oggi non univoci.

Quinta proposta: controllo di gestione e benchmarking

Gli allevamenti italiani presentano la caratteristica di registrare gradi di efficienza tecnica ed economica assai diversificate.

I livelli di produttività, i costi di produzione, i redditi delle imprese zootecniche da latte variano all’interno di un intervallo molto ampio. L’estrema variabilità delle performance si riscontra pure tra aziende della stessa dimensione e localizzate nella identica area geografica.

Un’azione mirata e con un’adeguata massa critica, utilizzando le leve della consulenza, della e della innovazione potrebbe ridurre i divari, innalzare i risultati per l’intero settore, aumentare il livello di competitività e migliorare la capacità delle imprese a resistere nei confronti dei fattori esterni.

Per procedere in tale direzione, si potrebbe pensare ad un programma unico nazionale, da declinare a livello territoriale, utilizzando le risorse del PSR, che, per il settennio 2014-2020, prevede uno stanziamento di 312 milioni di euro nella sola misura della consulenza.

Sesta proposta: agire su educazione alimentare, , etichettatura

C’è da portare avanti la sfida di contrastare il fenomeno della strisciante omologazione dei consumi alimentari e della inadeguata informazione dei responsabili degli acquisiti sulle caratteristiche degli alimenti. Inoltre è necessario contrastare i mai sopiti fenomeni della adulterazione, della etichettatura fraudolenta e dell’abuso della credibilità dei .

Gli strumenti dell’educazione alimentare, dell’etichettatura e della comunicazione devono essere utilizzati in maniera tale da mettere in condizione gli acquirenti di comprendere la differenza in termine di valore intrinseco dei diversi derivati del latte in commercio, di percepire quali siano l’utilità ed il vantaggio associati all’acquisto e al consumo di prodotti caseari di e, infine, di essere capaci di distinguere le diverse proposte presenti sul mercato, riducendo l’incertezza ed eliminando ogni possibile confusione.

Conclusione

Il tema della ricerca di nuovi modelli di organizzazione e funzionamento nel sistema lattiero-caseario italiano è stato affrontato con sei diverse proposte. Per alcune di esse la competenza esclusiva è a livello comunitario (ad esempio il superamento rapido della crisi) ed è questa la sfida sicuramente più incerta da sostenere, perché l’Unione europea è un’istituzione composta da ventotto Stati membri e quindi risulta governabile con molte difficoltà, perché ci sono obiettivi, sensibilità ed interessi piuttosto variegati.

Altre proposte sono da elaborare in cooperazione tra Ue e autorità nazionali. Rientrano in tale categoria le soluzioni al problema dell’eccessivo indebitamento, le forme moderne di contrattualistica ed il corretto e trasparente funzionamento del mercato e della concorrenza.

Infine ci sono progetti da realizzare a livello italiano, con la partecipazione attiva delle istituzioni nazionale e regionali, ma soprattutto con l’intervento convinto e decisivo degli operatori economici. Fa parte di questo gruppo, l’impiego del controllo di gestione, del benchmarking e della diffusione delle migliori pratiche; ma pure il completamento del sistema organizzativo di filiera, tramite l’aggregazione (collaborazione orizzontale) e l’interprofessione (collaborazione verticale).

In conclusione, il futuro del sistema lattiero-caseario italiano dipende anche dalla disponibilità degli allevatori, degli industriali trasformatori e degli operatori della distribuzione a prendere atto del cambiamento e della necessità di diventare protagonisti attivi nell’affrontare le sfide del mercato e della concorrenza.

 

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