DAL MONDO DELLA RICERCA UN APPELLO CHE SA DI ANTICO

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Roberto Rubino
Sul Sole 24 ore di domenica 2 agosto è stato pubblicato un avviso a pagamento il cui oggetto era una lettera aperta alla Ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova.

Pensavo fosse uno dei soliti cahier de doléance di qualche settore in sofferenza, e di questi tempi c’è solo l’imbarazzo della scelta, invece leggendo fra le righe ho notato con curiosità che a scrivere la lettera era stata l’AISSA, l’associazione che rappresenta tutto il mondo della ricerca italiana: il Crea, il CNR, le Università di Agraria.

Il motivo della lettera era quello di cogliere l’occasione della crisi post Covid per riflettere sugli indirizzi del sistema agroalimentare e, nello specifico, per “segnalare” alla ministra, “le tre aree di criticità, fra loro strettamente legate: centralità dell’innovazione, competitività della produzione primaria, sostenibilità.

Mi rendo conto che è complicatissimo portare a sintesi un tema così ampio e complesso in una sola pagina e per di più scritto a più mani e in rappresentanza dell’intero mondo della ricerca in agricoltura, ma forse proprio per questo, perché c’era la possibilità di sfruttare anche in termini di analisi l’interdisciplinarietà, si poteva uscire dai soliti luoghi comuni, provare a volare più in alto e lasciare intravvedere dei punti di riferimento verso i quali indirizzare l’agricoltura del futuro.

Ma già al primo punto si avvertono sentori di antico:” il settore soffre di un gap tecnologico nei confronti dei paesi europei”. E perché mai? e se così è, perché non se ne individuano i punti cardini? Quindi c’è bisogno di “innovazione di processo e di prodotto per ridurre i costi, più conoscenza e innovazione per ettaro, non un ritorno a forme di agricoltura del passato”. Cominciamo bene! Che significa innovazione per ettaro? E poi a chi potrebbe far riferimento quando si parla di ritorno al passato?
Passiamo al secondo punto. La produzione agricola è in discesa per perdita di suolo (pensavo il contrario, ma se lo dicono loro), quindi “le misure di supporto all’agricoltura, alla selvicoltura e alla zootecnia dovrebbero essere orientate alla competitività del settore e favorire aumenti delle rese, della qualità dei prodotti e della produzione complessiva nazionale”. Se non suonasse come mancanza di rispetto verso un organismo di tale livello, mi verrebbe da dire che questa lettera andava mandata a qualche santo, perché mi riesce difficile capire come si possa ottenere un aumento della qualità aumentando contemporaneamente le rese. Se queste cose le avesse scritte un organismo politico, anche tecnico, ci poteva anche stare, ma cosa si deve pensare di un mondo scientifico che continua a sostenere che si possa fare qualità aumentando le rese, che è, di per sé, un ossimoro? Posso anche ipotizzare che si possano ridurre i costi provando a mantenere fermo lo stesso livello di qualità, ma pensare di aumentare le rese, ridurre i costi e pretendere anche di aumentare la qualità ci dà la conferma che il mondo della ricerca ha le idee molto confuse sulla qualità e le sue implicazioni.
Ma non è finita qui. C’è un terzo punto, vogliamo non parlare di sostenibilità? “La strada da percorrere è, in molti contesti, ancora lunga, ma dobbiamo intraprenderla utilizzando tutte le forme di agricolture virtuose, siano esse esercitate tramite tecniche di produzione integrata o biologiche, valutandole sulla base di indicatori oggettivi e considerando il settore agroalimentare nel suo insieme.” Ma non si è parlato di aumento delle rese e di diminuzione dei costi? Con l’integrato e il biologico i costi aumentano e le rese diminuiscono. E poi quel riferimento ad indicatori oggettivi, buttato lì, en passant, la dice lunga sul rapporto che attualmente esiste fra mondo della scienza e la qualità delle produzioni. Gli indicatori attuali non sono oggettivi? Ma di quali indicatori si parla? Tutti gli indicatori della ricerca sono oggettivi, perché la ricerca è misura del fenomeno!
Mai come ora l’aforisma di Seneca ci aiuta a portare a sintesi i diversi pensieri che questa lettera ha messo in moto: “a che serve la brezza al marinaio se non sa dove dirigere il timone? È vero, i soldi per la ricerca sono sempre meno, occorre un suo potenziamento, ma questo non giustifica il fatto che di fronte ad un mondo agricolo e gastronomico che richiede qualità, sostenibilità e, soprattutto, livelli qualitativi facilmente tracciabili e dimostrabili, il mondo della ricerca venga fuori con idee di retroguardia, parlando ancora di aumento delle rese, di riduzione dei costi e di indicatori oggettivi.